Le mie password sono ridicole, finiscono sempre col - 12, continuano con un - 14, e finiscono col nome di qualcuno. Le strade si portano dietro tutta un'immagine grande di te, che impenni incazzato col mondo, mi piace pensare. Sei solo incazzato con me, ma domani ti passerà, sarà cominciata a passare. C'ho un letto che di farmi dormire non ci pensa proprio, le cicche consuete sparse ovunque, la pulizia apparente, lo sporco dentro. C'ho che c'ho provato, a fare i conti coi miei limiti: a mettermi là, coi capelli pettinati, e la matita sugli occhi, pensare. C'è che - semplicemente - in notti come questa, in potenza tutto potrebbe essere, ma ti accorgi che già centocinquantamilioni di persone ne hanno scritto, molto e più di te, e molto meglio, quindi datti all'ippica. Mi sposto qualche tenda più in là, e trovo pezzi di cuore che non vorrei, con i quali non vorrei mai avere a che fare: ma tant'è. E coi miei limiti, amore mio, più grandi e impervi che mai, la prima e l'ultima che ci deve fare i conti sono io e nient'altro che io. Te, sposati un brandello di mondo, ché tanto con gli occhi che ti ritrovi ci metti X a montarci su un castello, con tanto di archibugio saliscendi per le carrozze.
Notti come questa se li porta via un pezzetto di cielo - l'ultimo che t'è rimasto - sopra il balconcino a strapiombo. Qualche finestra ingiallita da chi si morde le unghie, su qualche metro di parquet, e invece di bestemmiare si ritrova a ridere. E depone armi, e penna, e comunque - comunque - buonanotte. Finisce la sigaretta, la canzone, la nutella nel vasetto, il pane fresco e la mente lucida.
Riserva per me i pensieri, questo dito nudo e strozzato, questo cespuglio di capelli. Abbi cura di questo naso, che continuerà a cercarti in ogni odore, per tutto il resto del giro, su 'sto carro del sole.
giovedì 23 giugno 2011
martedì 10 maggio 2011
Per D.

Ci sono quelle sere che accade, senza che l'oroscopo t'avvisa. Quelle che il cucù scatta nel momento giusto, e tutto sembra rientrare come la risacca al mattino. Quelle sere che la sera prima, niente. Giusto, se ci ripensi, un po' di languore e qualche fatica per addormentarsi. Poi, sei piume lisce sul cuscino, come tutte le altre notti calme e senza tanti grilli per la testa. La bambola un po' impolverata, ma sempre vestita per la festa, sulla mensola più alta, di cui ti vergogni.
Ci sono quelle sere che accade, ed è accaduto, dopotutto, senza tanti giri di parole, come doveva essere. E' accaduto, e se n'è andato, portandosi appresso la prima malinconia, quel sapore appiccicaticcio di roba da ruminare per tutto il resto della vita. Pare non se ne parli mai più, passata una certa età. Pare, però, che tutti in cuor loro lo ricordino appena appena, quando cala la tristezza. Come la coperta di Linus, per intenderci: qualcosa di buono per calmare, per colmare.
C'è una sera come questa, che è accaduto, e non ce ne siamo accorti. Ci si è schiantato addosso che il giorno dopo dovevamo essere felici, senza poterlo dire a nessuno. C'è che questo rottame, adesso, diventa di crema pasticcera, e noi siamo le fragole. E ci mangiamo senza le remore che ci perseguiteranno, da domani in poi, sulle calorie e il darsi in parte.
C'è che stasera è adesso, ma adesso già se n'è andato. C'è che abbiamo capito cosa vuol dire ricordare. Quella sensazione di non ritorno, e infiniti e dorati e trasvolati indietro.
Abbiamo quindici anni, e i polpastrelli teneri, e le nocche non ancora arrugginite, e le bocche buone da allargare per lo stupore. Abbiamo quindici anni, e i quindici anni ci insegnano tutto ciò che dobbiamo sapere.
Peccato che poi lo scordiamo.
martedì 15 marzo 2011
Quando a.
Quando a B. si fermò il motorino proprio davanti casa sua, e non l'aveva fatto apposta. S'era proprio inceppato un arnese, boh.
Quando a C. scoppiò tra i libri e le speranze la centrale nucleare per l'unica grande guerra che nessun despota ha mai avuto coraggio - nè capacità - di mettersi lì a protestargli contro, a tirarsi dietro le redini della situazione. Scoppiò che era marzo, e in televisione davano i messaggi promozionali sugli assorbenti più assorbenti del mondo, e giù il figlio del panettiere continuava a guardare i culi delle passanti, e l'operaio macerava le mani, e la maestra urlava, e il prete ungeva. Scoppiò, punto e basta, come è normale che aiutare i bambini dell'Africa. Come è normale che.
Quando a F. venne la depressione, un giorno che era alla finestra e fuori c'era il caldo di mezzo agosto. Le venne addosso, come la manna dal cielo, come un sorriso, come una canzone in riproduzione casuale.
Quando ad A. glielo dissero, che sarebbe partito praticamente per sempre. Che cazzo vuol dire praticamente, scusa? Non è che uno parte praticamente per sempre così, che cazzo vuol dire? E si mise a correre, con la musica a palla, e si immaginava - come tutti - fosse la colonna sonora. Quando lo vide, gli occhi chiari e lo zainone in splla, davvero salire su quel pullman, girarsi l'ultima volta, bissargli un'occhiata non richiesta, lanciarle un ultimo bacio con quella sua aria sempre mezza schifata e l'ultimo bestemmione. E' partito, disse la sera. Praticamente per sempre.
Quando V. lesse quella lettera e vide quelle foto. Sbiadite immagini d'acqua di chissà quale mare, pensare: ti odio, ma quanto eri bello da giovane.
Quando M. stava per incontrare F., e gli si piantò tra capo e collo il non ritorno. E non riuscì nemmeno a pensare lì per lì a quanto siano stronze, a volte, le coincidenze, a quanto dannatamente esistano. Ci pensò qualche giorno dopo, mentre beveva una birra, come un luogo comune, da solo.
Quando D. ci provò con la migliore amica della sua ragazza secolare. Le piantò quella mano impudica in mezzo alle cosce, proprio davanti a lei, sotto al tavolo.
Quando ci dicono di stare zitti, che ci pensano loro.
Quando impariamo a memoria cose che - guarda caso - non ricorderemo mai. Eppure, le canzoni, allora, perchè?
Quando ci odiamo senza motivo, e altrettanto immotivatamente lo facciamo tremendamente.
Quando a N. finì il giro di giostra dell'orgasmo nei suoi occhi. Ché non poteva esserci - lo sapeva - niente di più bello, dopo. Altro che la Sila, altro che la spiaggetta dei tedeschi dietro l'angolo.
Tutti, a cercare le Colonne d'Ercole. Partire.
Il mondo è finito negli occhi di tutti noi, almeno cento volte, in tutti questi anni.
Quando a C. scoppiò tra i libri e le speranze la centrale nucleare per l'unica grande guerra che nessun despota ha mai avuto coraggio - nè capacità - di mettersi lì a protestargli contro, a tirarsi dietro le redini della situazione. Scoppiò che era marzo, e in televisione davano i messaggi promozionali sugli assorbenti più assorbenti del mondo, e giù il figlio del panettiere continuava a guardare i culi delle passanti, e l'operaio macerava le mani, e la maestra urlava, e il prete ungeva. Scoppiò, punto e basta, come è normale che aiutare i bambini dell'Africa. Come è normale che.
Quando a F. venne la depressione, un giorno che era alla finestra e fuori c'era il caldo di mezzo agosto. Le venne addosso, come la manna dal cielo, come un sorriso, come una canzone in riproduzione casuale.
Quando ad A. glielo dissero, che sarebbe partito praticamente per sempre. Che cazzo vuol dire praticamente, scusa? Non è che uno parte praticamente per sempre così, che cazzo vuol dire? E si mise a correre, con la musica a palla, e si immaginava - come tutti - fosse la colonna sonora. Quando lo vide, gli occhi chiari e lo zainone in splla, davvero salire su quel pullman, girarsi l'ultima volta, bissargli un'occhiata non richiesta, lanciarle un ultimo bacio con quella sua aria sempre mezza schifata e l'ultimo bestemmione. E' partito, disse la sera. Praticamente per sempre.
Quando V. lesse quella lettera e vide quelle foto. Sbiadite immagini d'acqua di chissà quale mare, pensare: ti odio, ma quanto eri bello da giovane.
Quando M. stava per incontrare F., e gli si piantò tra capo e collo il non ritorno. E non riuscì nemmeno a pensare lì per lì a quanto siano stronze, a volte, le coincidenze, a quanto dannatamente esistano. Ci pensò qualche giorno dopo, mentre beveva una birra, come un luogo comune, da solo.
Quando D. ci provò con la migliore amica della sua ragazza secolare. Le piantò quella mano impudica in mezzo alle cosce, proprio davanti a lei, sotto al tavolo.
Quando ci dicono di stare zitti, che ci pensano loro.
Quando impariamo a memoria cose che - guarda caso - non ricorderemo mai. Eppure, le canzoni, allora, perchè?
Quando ci odiamo senza motivo, e altrettanto immotivatamente lo facciamo tremendamente.
Quando a N. finì il giro di giostra dell'orgasmo nei suoi occhi. Ché non poteva esserci - lo sapeva - niente di più bello, dopo. Altro che la Sila, altro che la spiaggetta dei tedeschi dietro l'angolo.
Tutti, a cercare le Colonne d'Ercole. Partire.
Il mondo è finito negli occhi di tutti noi, almeno cento volte, in tutti questi anni.
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