martedì 15 marzo 2011

Quando a.

Quando a B. si fermò il motorino proprio davanti casa sua, e non l'aveva fatto apposta. S'era proprio inceppato un arnese, boh.

Quando a C. scoppiò tra i libri e le speranze la centrale nucleare per l'unica grande guerra che nessun despota ha mai avuto coraggio - nè capacità - di mettersi lì a protestargli contro, a tirarsi dietro le redini della situazione. Scoppiò che era marzo, e in televisione davano i messaggi promozionali sugli assorbenti più assorbenti del mondo, e giù il figlio del panettiere continuava a guardare i culi delle passanti, e l'operaio macerava le mani, e la maestra urlava, e il prete ungeva. Scoppiò, punto e basta, come è normale che aiutare i bambini dell'Africa. Come è normale che.

Quando a F. venne la depressione, un giorno che era alla finestra e fuori c'era il caldo di mezzo agosto. Le venne addosso, come la manna dal cielo, come un sorriso, come una canzone in riproduzione casuale.

Quando ad A. glielo dissero, che sarebbe partito praticamente per sempre. Che cazzo vuol dire praticamente, scusa? Non è che uno parte praticamente per sempre così, che cazzo vuol dire? E si mise a correre, con la musica a palla, e si immaginava - come tutti - fosse la colonna sonora. Quando lo vide, gli occhi chiari e lo zainone in splla, davvero salire su quel pullman, girarsi l'ultima volta, bissargli un'occhiata non richiesta, lanciarle un ultimo bacio con quella sua aria sempre mezza schifata e l'ultimo bestemmione. E' partito, disse la sera. Praticamente per sempre.

Quando V. lesse quella lettera e vide quelle foto. Sbiadite immagini d'acqua di chissà quale mare, pensare: ti odio, ma quanto eri bello da giovane.

Quando M. stava per incontrare F., e gli si piantò tra capo e collo il non ritorno. E non riuscì nemmeno a pensare lì per lì a quanto siano stronze, a volte, le coincidenze, a quanto dannatamente esistano. Ci pensò qualche giorno dopo, mentre beveva una birra, come un luogo comune, da solo.

Quando D. ci provò con la migliore amica della sua ragazza secolare. Le piantò quella mano impudica in mezzo alle cosce, proprio davanti a lei, sotto al tavolo.

Quando ci dicono di stare zitti, che ci pensano loro.
Quando impariamo a memoria cose che - guarda caso - non ricorderemo mai. Eppure, le canzoni, allora, perchè?
Quando ci odiamo senza motivo, e altrettanto immotivatamente lo facciamo tremendamente.

Quando a N. finì il giro di giostra dell'orgasmo nei suoi occhi. Ché non poteva esserci - lo sapeva - niente di più bello, dopo. Altro che la Sila, altro che la spiaggetta dei tedeschi dietro l'angolo.

Tutti, a cercare le Colonne d'Ercole. Partire.

Il mondo è finito negli occhi di tutti noi, almeno cento volte, in tutti questi anni.